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Ho avuto modo di leggere, recentemente, gli auspici dei cardinali, Angelo Bagnasco, e poi Tarcisio Bertone, per una nuova stagione di impegno politico dei cattolici.

 Il Quotidiano “Avvenire” ha accostato l’intervento del Segretario di Stato vaticano con una foto di repertorio relativa all’ultimo Meting, a Rimini, di Comunione e Liberazione; il Movimento ecclesiale che si è affermato, in Italia, attraverso la cultura della presenza, da sempre contrapposta alla cultura del confronto e del dialogo con tutte le componenti della società espressa attraverso il contributo propositivo dei Cattolici Democratici.

Quella significativa testimonianza, ideale e valoriale, che i Cattolici Democratici hanno saputo offrire all’intero Paese per alcuni decenni si è molto ridotta, soprattutto, con il venire meno delle contrapposizioni ideologiche, e le, conseguenti, varie forme di diaspora.


La democrazia secondo Vincenzo Paglia

Posted by: giorgio pollicino

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Negli ultimi due secoli la democrazia nel mondo è certamente cresciuta. E si può dire che è lo strumento che risponde in maniera più adeguata alla verità dell'uguaglianza di tutti i cittadini. La stessa Chiesa cattolica, che nel secolo xix si oppose alla "democrazia",  soprattutto  a  motivo  del carico  ideologico  attribuitole,  con Pio XII poteva finalmente affermare che è la forma statuale che meglio risponde alla dottrina sociale della Chiesa. Tuttavia occorre parlare con molta attenzione di ciò che costituisce il nucleo centrale del modello democratico. La democrazia dei moderni non coincide con il potere assoluto dei molti. Il potere assoluto dei molti non è meno pericoloso del potere assoluto dei pochi o di uno. In effetti, abbiamo assistito a regimi totalitari affermatisi attraverso l'esercizio del voto. In verità la questione di fondo è che la democrazia contemporanea è il regime politico del limite e della pluralità. Possiamo anche dire, con una formula che semplifica un po' troppo le cose, che la democrazia contemporanea è anzitutto un metodo prima che un contenuto. Non riguarda il chi o il cosa ma essenzialmente il come. Per questo non possiamo trasformarla in ideologia, in un sistema chiuso. È invece indispensabile coglierne i limiti come anche le potenzialità. Non può vivere unicamente della dialettica tra le diverse forze, necessita anche di contenuti offerti dai diversi soggetti della società i quali sono chiamati ad assumere tutte le loro responsabilità. Abbandonando la riflessione puramente teorica e guardando la società dei nostri giorni, dobbiamo dire che una società buona è pluriforme, non uniforme, políarchica, non monarchica, democratica, non autoritaria:  è, diremmo oggi, una società aperta, mai chiusa e, come amava dire don Luigi Sturzo, pervasa da "sano agonismo".  In questa società nessun ceto e nessuna singola istituzione è addetta  o arbitra del bene comune, che deve essere, invece, misura dell'operato di ciascun individuo e di ciascun  gruppo. La Chiesa stessa non può arrogarsi il compito della sintesi. Un grande studioso della democrazia, R. Dahl, preferisce parlare di poliarchia, cioè di una forma di democrazia nella quale, accanto alla divisione dei poteri costituzionali, e quindi al concetto del limite del potere come opposto al suo essere assoluto, abbiamo la divisione sociale dei poteri, e quindi il concetto della pluralità irriducibile delle funzioni e istituzioni sociali:  economiche, scientifiche, religiose e anche politiche. Per questo penso che il problema più grande per la democrazia contemporanea non sia l'impossibile obiettivo di democratizzare ogni potere sociale, uccidendo quindi il pluralismo dei poteri che non funzionano secondo il codice della politica, quanto quello di ricondurre la democrazia allo spazio proprio della politica, aumentandone le capacità di decidere e l'efficacia  dei  meccanismi di responsabilità. A questo proposito è bene sottolineare un importante sviluppo del magistero della Chiesa che non molti mi sembra abbiano colto con il dovuto rilievo. Benedetto XVI, con la Caritas in veritate (n. 57), fa entrare nel lessico del magistero sociale della Chiesa il termine "poliarchico" sia nell'ambito della riforma della governance globale, sia in quello della politica, sia in quello dell'economia. Il sistema dei poteri congeniale alla globalizzazione - afferma il Papa - va pensato e attuato in modo "sussidiario e poliarchico". Richiama uno dei princìpi che caratterizzano la dottrina sociale cattolica. Dare un valore positivo a un assetto sociale poliarchico equivale a sostenere che la vita sociale corre un grave rischio ogniqualvolta è posta sotto un solo potere, come avviene ad esempio nelle moderne teorie dello stato. La società pertanto non può riferirsi a un solo principio, richiede invece l'intervento di tutti i corpi che la compongono. Difendere le ragioni della poliarchia significa pertanto contrastare la tendenza del potere politico, o di quello economico, o di quello scientifico a farsi assoluto. E questo a tutti i livelli. La valorizzazione di un ordine sociale poliarchico è strettamente collegata all'affermazione del principio di sussidiarietà. Nella citata enciclica il Papa continua:  "Per non dar vita ad un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo (la governance, come in altre versioni del testo, il sistema dei poteri, potremmo anche dire in italiano) deve essere di tipo sussidiario". Con tale riferimento alla poliarchia il Papa indica l'effetto combinato della "sussidiarietà orizzontale" (tra politica, economia, scienza, ecc.) e di quella "verticale" (dal vertice alla base delle istituzioni). Insomma, a parere del Papa, è necessario promuovere un ordine sociale poliarchico nel quale entrino - anche controllandosi e limitandosi reciprocamente - istituzioni, poteri e soggetti i più diversi, comprese le religioni che l'enciclica non manca di citare come nuovi attori sulla scena pubblica. In questa visione viene totalmente superata quella concezione di laicità che vede le istituzioni religiose relegate nel privato. Sullo sfondo appaiono due figure, quella di Tocqueville e quella di Rosmini, i quali proponevano appunto gli ingredienti fondamentali di questo discorso sul pluralismo, sui limiti della politica e del regime democratico. L'istanza di fondo è dunque quella della relativizzazione del potere politico e, innanzi tutto, del potere politico in forma di stato. L'enciclica di Benedetto XVI accoglie di fatto la relativizzazione del potere statuale provocato dalla globalizzazione (nn. 24; 37), sebbene non manchi di richiamare anche l'urgenza di promuovere governance larghe a misura anche planetaria. In ogni caso, quel che dobbiamo augurarci, sia sul piano locale che su quello universale, è una pluralità di istituzioni le quali tutte responsabilmente intervengano, all'interno delle regole istituzionali, al fine di costruire il bene comune dell'intera famiglia umana. Nella società umana il compito di operare per il bene comune non spetta solo alla politica, ma a tutte le istituzioni e componenti della società. In tal senso è da raccomandare una poliarchia ricca. Si potrebbe dire che, tanto più la società è poliarchica, tanto più è civile, appunto, come riconosce Benedetto XVI:  "Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall'altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città". Forse potremmo spingerci ancor più a fondo e chiederci se non convenga  pensare  a  una società fatta di  bene  comune  al  plurale e non al singolare, di beni comuni da concepirsi come ideali regolativi dei diversi mondi sociali dei quali si compone  la  moderna  società differenziata. La prospettiva aperta da questa suggestione consente di dire che il futuro delle città è in mano all'intera società, alla scuola e alle imprese, all'università e alla ricerca scientifica, alle associazioni e alle famiglie, ai gruppi professionali e alle comunità cristiane e anche - ovviamente - alle sue istituzioni politiche. Ma tutte queste realtà - ed è un serissimo problema - debbono orientarsi al bene comune. C'è bisogno di uomini e donne capaci di riflessione  profonda e di amore generoso. Sono questi gli uomini e le donne che renderanno le nostre città più vivibili, più belle, più ricche, più generose. E necessario porre molta più attenzione ai giovani. Si deve vincere, e presto, la tentazione della asocialità, dell'isolamento che subdolamente si è insinuato nelle nuove generazioni. C'è una grande responsabilità nell'accogliere e nell'aiutare la crescita delle nuove generazioni. È nelle loro mani gran parte del futuro della nostra società, delle nostre città.

 

 


Presidente Napolitano,la rispetto ma dissento

Posted by: giorgio pollicino

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Presidente Napolitano , il mio rispetto per lei e per l'istituzione che rappresenta è enorme è tale rimarrà ma mi permetta di dissentire sulla firma che ha dato l'ok al decreto del governo sul pasticcio elettorale Secondo me lei doveva smarcarsi dal aiutare questo governo presuntuoso e pasticcione , se ci sono delle regole vanno rispettate è se questo non è avvenuto ognuno doveva prendersi le proprie responsabilità .
Questo modo di risolvere la questione è assolutamente errato è conferma che la legge purtroppo non è uguale per tutti , inoltre le faccio un paio di  domande :
Se un cittadino qualunque si presentasse al voto senza tessera elettorale e senza documento d'identità avrebbe diritto ad un decreto d'urgenza per poter votare o verrebbe mandato a casa ???
Se un cittadino straniero viene trovato senza permesso di soggiorno viene spedito al suo paese o avrebbe diritto ad un decreto sistematorio ?
Purtroppo gli ultimi eventi confermano che l'Italia è il paese dei soliti furbi , i cittadini onesti subiranno sempre ingiustizie anche da chi dovrebbe tutelarli
Auguri presidente , con questo parlamento lei ne ha davvero bisogno  


Venerdi 5 marzo Piero Maffeis a Villachiara

Posted by: giorgio pollicino

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VILLACHIARA   
venerdì 5 marzo 2010 ore 20.30 Sala Civica “A. Zani” PUBBLICO   INCONTRO   con PIERO MAFFEIS    CANDIDATO     AL CONSIGLIO   REGIONALE  per il Partito Democratico nelle elezioni del 26 e 27 marzo

Piero Maffeis, classe 1944, sposato con Piera Cervini, padre di Carlo, avvocato di 35 anni, è perito agrario e dottore in Scienze agrarie. Dal 1975, è Dirigente Scolastico dell’Istituto Superiore Vincenzo Dandolo di Bargnano, professionale tra i più importanti d'Italia, con corsi specifici per l’agricoltura e l’ambiente, l’agro-industriale, il turismo e l’alberghiero. Ha militato nel Psi per 25 anni; è stato consigliere comunale e vicepresidente dell’Usl di Orzinuovi, presidente dell’Ortomercato di Brescia dal 1999 al 2005. Ha aderito al Partito Democratico fin dalla fondazione. Ora è Presidente dell’Asab, l’Associazione scuole autonome bresciane.

Presidente Berlusconi anche io mi sento talebano

Posted by: giorgio pollicino

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Caro presidente Berlusconi , se cercare la verità, se fare  arrestare delinquenti , se beccare i politici corrotti con le mani nel sacco, se voler applicare le leggi per tutti i cittadini , se insomma volere uno stato basato sull'onestà vuol dire essere talebani come lei definisce parte dei giudici , allora  in questo caso anche io mi sento TALEBANO e la invito a leggersi bene cosa vuol dire la parola Talebano augurandomi che l'indignazione per le sue parole finalmente venga fuori senza se e senza ma ( le ricorda qualcosa ? )

Il termine talebani o talibani (in pashto: طالبان, ṭālibān, pronunciato ṭālebān, plurale di ṭālib), indica gli studenti delle scuole coraniche (incaricati della prima sommaria alfabetizzazione, basata esclusivamente su testi sacri islamici). Sono diventati famosi sugli organi di comunicazione di massa, che usa questo termine per indicare la popolazione fondamentalista presente in Afghanistan e nel confinante Pakistan.

Sviluppatisi come movimento politico e militare per la difesa dell'Afghanistan dall'invasione sovietica, i talebani sono noti per essersi fatti portatori dell'ideale politico-religioso che vorrebbe recuperare tutto il portato culturale, sociale, giuridico ed economico dell'Islam (almeno come da essi stessi inteso e interpretato) per costituire uno stato teocratico.


Sono donne e uomini appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche, che hanno contrastato i processi di privatizzazione della gestione dell’acqua portati avanti in questi anni dalle politiche governative e in tutti i territori.
Hanno raccolto più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.
Mentre quel testo giace nei cassetti delle commissioni parlamentari, il Governo ha impresso un’ulteriore pesante accelerazione, approvando, nonostante l’indignazione generale, provvedimenti che consegnano il servizio idrico ai privati e alle multinazionali.
E’ per questo che il 20 marzo oltre 100 realtà organizzate e migliaia di cittadine e cittadini lanceranno da Roma con una manifestazione nazionale il percorso che li porterà a raccogliere le firme necessarie per realizzare il Referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua.
E’ urgente intervenire subito. Le privatizzazioni in corso, infatti, hanno portato ad un aumento delle tariffe del 61,4% tra il 1997 e il 2006, a fronte di un’inflazione cumulata che nello stesso periodo è cresciuta di poco più di un terzo (25%). Ma è tra il 2002 e il 2008 che hanno subito il balzo più forte: +30,5% a fronte di un’inflazione cumulata nello stesso periodo del 16,2%. Questo prelievo forzato dalle nostre tasche non ha portato, come pure qualcuno afferma, a un aumento degli investimenti nella rete e nel servizio: tra il 1990 e il 2000, infatti, sono crollati di oltre il 70%, da circa 2 miliardi di euro a 600 milioni.
Come per le battaglie sull’acqua, negli ultimi anni e in moltissimi territori, sono in corso grandi mobilitazioni popolari in difesa dei beni comuni, contrastando, nel segno della democrazia partecipata, la politica delle “grandi opere” devastatrici dei territori, una gestione dei rifiuti che è diventata un business, un modello energetico dissipatorio e autoritario, basato su impianti nocivi ed ora anche sul nucleare.

Scenderemo in piazza a Roma per chiedere

*il riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, la ripubblicizzazione del servizio idrico, la sua gestione pubblica e partecipativa, l’approvazione della legge d’iniziativa popolare;

*la tutela del territorio e dei beni comuni, della biodiversità e del clima, contro la politica delle “grandi opere”, il mercato dei rifiuti, gli impianti energetici nocivi e il ritorno all’energia nucleare;







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