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Il premier e il ministro Brunetta dicono che i precari non vengono licenziati e che la crisi è finita .

Vergognatevi , Orzinuovi 01 luglio ore 08,00 all'ufficio di collocamento oltre 100 fra maestre, operai , bidelli , anzi oltre 100 ex lavoratori ad iscriversi al collocamento per cessato contratto , pubblico e privato uguali nella disperazione .

Alle 13,00 erano oltre 300 i nuovi disoccupati nella nostra amata bassa orceana


LOMBARDIA : una crisi economica senza fine

Posted by: giorgio pollicino

Tagged in: lavoro , crisi

giorgio pollicino

"Don't touch my job", strillano, mutuando la frase dal noto slogan pubblicitario, le pettorine dei lavoratori della società Binda, che commercializza il marchio Breil in Italia e nel mondo, per opporsi al licenziamento di 92 dipendenti su 229. Scioperi e proteste si sono moltiplicate in questi mesi (sempre il 12 giugno, si sono tenute in contemporanea due iniziative di mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil, ad Arcore in Brianza e a Dongo nella zona dell'alto lago di Como), quasi a voler visivamente smentire chi si ostina a negare l'emergenza occupazionale. Tra questi ultimi, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che interpreta i dati della cassa integrazione di maggio, leggermente inferiori al mese precedente, come un segnale d'inversione di tendenza. "Il ministro dovrebbe sapere - ribatte Giacinto Botti, della segreteria Cgil regionale - che dal punto di vista del metodo è sbagliato analizzare mese per mese le ore dall'Inps, perché si tratta di dati incrementali, che vanno valutati nel loro effetto cumulato". Che la crisi sia un fenomeno profondo, del resto, lo riconosce la stessa Regione, quando afferma che essa "da un lato colpisce i soggetti più deboli, le famiglie e i consumatori e, dall'altro, intacca anche i territori più avanzati, le economie solide e reali legate al lavoro e alla produzione". La produzione industriale nel primo trimestre di quest'anno ha segnato un meno 11 per cento sul corrispondente periodo del 2008, con una riduzione della domanda estera del 13,8 pe cento.

Tutti i settori manifatturieri sono interessati dal rallentamento dell'economia internazionale e nazionale: siderurgia (meno 16 per cento), minerali non metalliferi (meno 13,5), tessile (meno 13), gomma-plastica (meno 13,3), meccanica (meno 12,4), legno-mobile (meno 11,8). Sotto la media regionale, troviamo i comparti di chimica (meno 9 per cento), pelli e calzature (meno 7,8), mezzi di trasporto (meno 7,5), abbigliamento (meno 7), carta-editoria (meno 7), alimentari (meno 2,9). Non è dato sapere quali saranno i mutamenti di medio periodo della struttura produttiva della regione, se e in che modo essa ne uscirà ridimensionata e cambiata. Quel che è certo, però, è che le aree più densamente popolate da imprese manifatturiere di media e piccola dimensione sono investite in pieno dallo sconvolgimento. Nelle zone prealpine, da Varese a Como, Lecco, Bergamo e Monza, molti segnali parlano della sofferenza di territori che fino a pochi mesi fa stentavano a reclutare operai specializzati. Esplode la cassa integrazione, si allungano le file agli sportelli delle Agenzie per l'impiego, cresce il contenzioso attivato dalle aziende per l'insolvenza dei propri clienti, si aggrava la carenza di liquidità dovuta alle difficoltà a ottenere anticipazioni dalle banche (dati, questi ultimi, che si evincono da una ricerca dell'ufficio studi della Camera di Commercio di Monza e Brianza). "La Lombardia, come il Piemonte - sostiene Botti -, è destinata a conoscere i maggiori cambiamenti, proprio perché in questa regione ha sede un quarto dell'industria manifatturiera e la maggioranza delle grandi imprese".

È in particolare l'industria metalmeccanica ad apparire in sofferenza, per effetto della sua presenza diffusa nel territorio. Sono in difficoltà tanto gruppi multinazionali, dall'Iveco alla Brembo, alla Dalmine, alla StMicroelectronics, quanto la miriade di piccole e medie imprese della meccanica di precisione di Lecco, della siderurgia di Brescia o di Cremona (a cominciare dal gruppo Marcegaglia), dell'elettromeccanica, del comparto delle macchine utensili, degli elettrodomestici bianchi, dei componenti per le telecomunicazioni, oltre che dell'indotto auto. In controtendenza, appaiono solo alcuni comparti marginali, come quello delle armi o delle energie rinnovabili (produzione di pannelli fotovoltaici). "Il peggio purtroppo deve ancora venire - commenta Pierfranco Arrigoni, segretario generale della Fiom Lombardia -, perché non è sostenibile ancora a lungo un'impennata della curva della cassa integrazione come quella che abbiamo avuto negli ultimi mesi. Questi dati presto si trasformeranno in licenziamenti, con conseguenze sociali disastrose, se si tiene conto che in Lombardia si concentra oltre la metà delle ore di cassa integrazione richieste a livello nazionale nel settore meccanico".

Le ripercussioni dello stallo sono ancor più visibili in un territorio come quello di Lecco, che vantava - assieme a Varese - il più basso tasso di disoccupazione della regione, e nel quale gli addetti all'industria manifatturiera sfiorano il 50 per cento degli occupati, contro un dato medio lombardo - di per sé alto - del 33 per cento. La meccanica e, a distanza, il tessile e i tessuti per l'arredamento, sono i settori in primo piano. "La nostra è una città nata con il ferro - spiega Alberto Anghileri, segretario generale della Camera del lavoro lecchese -, con la carpenteria metallica, la meccanica di precisione, il meccanotessile. E la nostra ricchezza sono i lavoratori. Oggi, rispetto alla metà degli anni ottanta, sono rimasti pochi grandi gruppi e una miriade di piccole e piccolissime aziende. Il numero degli occupati nella meccanica è rimasto pressoché costante nel tempo, ma si è disperso in tante unità produttive, spesso operanti per conto terzi e attive nei settori di nicchia. Aziende caratterizzate da innovazione di processo e poco di prodotto, mediamente sottocapitalizzate e senza strutture di supporto per affacciarsi sui mercati esteri". Eppure, assicurano in casa Cgil, finora il tessuto sociale ha tenuto, perché nelle famiglie spesso si lavora in due, si utilizza il risparmio messo da parte negli anni passati, si ha la possibilità di attivarsi, magari in nero, nell'azienda di un parente.

Ma per quanto tempo tutto questo potrà durare? In generale, l'assegno di cassa integrazione arriva dopo un periodo che varia dai tre ai sei mesi e, laddove sono stati fatti accordi con il sistema bancario per ottenere anticipazioni, non sempre le cose vanno per il meglio: la banca chiede comunque l'apertura di un conto corrente e soprattutto non rinuncia ad applicare il tasso d'interesse (dal 2,2 al 2,4 per cento), il cui costo non è trascurabile se rapportato a redditi mensili attorno agli 800 euro. Non solo. A Bergamo nessun istituto di credito si è mostrato disponibile a sospendere temporaneamente l'obbligo di pagamento della rata del mutuo per i lavoratori sospesi, e anche l'Associazione artigiani consiglia di non anticipare i sussidi, perché non è obbligatorio. Senza dimenticare quanto avviene nel terziario privato, le difficoltà dei servizi alle imprese (che da soli segnano un meno 6,3 per cento di fatturato nel primo trimestre 2009) e dei servizi alle persone, dal turismo al commercio. E senza contare le difficoltà del settore pubblico (solo nella scuola, dovrebbero essere cancellati nella regione 4.853 posti di docente e 2.008 di personale non docente). Settori nei quali un ruolo anomalo di ammortizzatore sociale implicito è rappresentato dalle attività precarie, sommerse e in nero, svolte da giovani (tra i quali molte donne) e immigrati, espulsi alle prime avvisaglie di crisi e successivamente reimmessi in produzione a condizioni peggiori delle precedenti. Si tratta di fenomeni non di poco conto: solo gli avviamenti a tempo determinato sono stati circa 600.000 nel corso del 2008. Lo scorso 4 maggio è stato sottoscritto tra Regione Lombardia e parti sociali un accordo che estende gli ammortizzatori sociali ai rapporti di lavoro precari, andando anche oltre i criteri definiti a livello nazionale dalla legge 2 del 2009. Il miliardo e mezzo promesso a questo scopo è, tuttavia, ben lontano dal rappresentare una certezza: nonostante le rassicurazioni della giunta, il timore dei sindacati è che ben presto le risorse destinate a tale scopo vengano esaurite.


Brescia e la crisi: addio a storiche fabbriche

Tra fine 2008 e inizio 2009 hanno chiuso i battenti o sono state poste in liquidazione industrie che hanno contribuito allo sviluppo del territorio

Brescia e la crisi: addio a storiche fabbriche

Non sarà stata solo la crisi, ma certo questi mesi hanno dato una spallata decisiva a numerose aziende in bilico che hanno chiuso i battenti, o sono in liquidazione. Pezzi di storia industriale bresciana, che hanno contribuito a colorare il disegno di una provincia laboriosa. Solo considerando i casi più scottanti e noti, sono circa 1.500 i posti di lavoro saltati o in procinto di sparire.

A Brescia le situazioni più critiche riguardano Caffaro e Ideal Clima, entrambe in liquidazione. La fabbrica chimica è stata ora ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria, ma per i cento dipendenti il futuro è incerto. Per l'azienda che realizza caldaie e radiatori (103 dipendenti), invece, si profila la proposta ai creditori di concordato preventivo: intanto è stato chiesto un anno di cigs. È stata posta in liquidazione anche la Brixia Die Casting di Flero, impresa di pressofusione con 108 lavoratori: l'azienda, tuttavia, non dovrebbe chiudere, ma ripartire sotto un'altra forma giuridica e sociale.
Sono arrivate al capolinea, invece, sia la ex Eurosilver di Torbole Casaglia (20 dipendenti, per un anno in cigs), fusa dal 2007 con la società Tiemme Raccorderie (gruppo Gnutti Cirillo), che la storica Henriette di Castenedolo (realizza abbigliamento femminile, i lavoratori sono 70, da tre mesi senza stipendio e senza prospettive).

Tra le zone più colpite dalla crisi, troviamo la Bassa bresciana, dove hanno chiuso definitivamente tre aziende: la Meras di Manerbio (158 addetti, produce cerniere lampo per l'abbigliamento; il gruppo Riri prevede di cessare l'attività entro agosto), la Tmd di Orzinuovi (i dipendenti erano 160, produceva freni per auto prima che la capogruppo tedesca decidesse di lasciare l'Italia) e la Domina di Castrezzato (63 addetti nel settore dell'abbigliamento femminile: i marchi e il settore commerciale saranno rilevati dalla Fausta di Rudiano, ma solo 15 posti di lavoro saranno salvati).


Oltre 60 mila lavoratori dal primo luglio di quest'anno, altrettanti nei successivi dodici mesi, fino a un totale di 200 mila persone nel 2011. Sono i precari del pubblico impiego (senza contare scuola e università, altrimenti la somma sarebbe di 400 mila) che perderanno il posto a causa dello stop alle stabilizzazioni imposto dal governo. A lanciare l'allarme è la Funzione pubblica Cgil, che oggi (5 maggio) ha presentato le proprie stime in risposta a quelle fornite dal ministro Brunetta. Oggetto del contendere è un collegato alla manovra economica di Tremonti, per l'esattezza l'articolo 7 del disegno di legge 1167: qualora venisse approvato definitivamente  le amministrazioni non potranno più rinnovare i contratti dei precari dopo 36 mesi. Visto che le casse dello stato non ridono, e considerando i vincoli imposti dai patti di stabilità, la logica conseguenza è che tutti questi lavoratori rimarranno a casa e i servizi che forniscono spariranno.


La crisi che coinvolge Brescia e la regione è serissima. E va affrontata con rigore e con provvedimenti efficaci, al fine di tutelare le lavoratrici e i lavoratori a rischio.

I dati, come sempre, fotografano una situazione ed evidenziano precise tendenze. Quelli che abbiamo raccolto sull'utilizzo della cassa integrazione sono davvero pesanti e sottolineano tutta la gravità della crisi che colpisce Brescia, la Lombardia e il Paese. Migliaia di lavoratrici e lavoratori sono sospesi dal lavoro e percepiscono, nell'ipotesi migliore, 720 euro al mese. Una condizione di vita quasi impossibile da sostenere, che mette a dura prova i più fondamentali diritti.

Di seguito, i numeri relativi alle ore di cassa integrazione.


Il premier ha scoperto l'ascqua calda , dopo sei mesi di licenziamenti , sei mesi di preoccupazioni , sei mesi di paure , sei mesi con meno soldi e diritti , dopo aver imprecato ai soliti pessimisti comunisti o semplicemente gatti neri che dicevano queste cose , dopo aver diffuso ottimismo su tutti i fronti , dopo che solo due giorni fa alla nascità del suo nuovo ( vecchio ) partito parlava di miracolo italiano e che nessuno sarebbe rimasto indietro , be oggi il nostro premier si dice preoccupato perchè ci saranno tanti disoccupati in piu nel 2010 e perchè forse la crisi è piu grave del previsto ! Lasciatemelo dire ed urlare :   ma va fa ..............................!!!!!!!!

E' buona pasqua a tutti ed in particolare ai lavoratori che sono in difficoltà ed ai precari forse non piu precari perchè qualcuno dall'alto gli ha rubato il diritto alla dignità cioè  al  lavoro