Ecco in anteprima l'intero Capitolo 6 del nuovo romanzo di Marco Di Giaimo e Giuseppe Bono.
6 - Supposta gigantesca
Eravamo tutti e tre seduti su una disonorevole panchina che Branko aveva conquistato in mezzo alla folla in attesa, mettendosi impietrito e con le braccia conserte di fronte ad una famigliola di turisti cinesi. Dopo tre minuti che quell'energumeno dai muscoli che parevano scoppiare fuori dal giubbotto imbottito e stivali pitonati li fissava con aria truce, i poveri sprovveduti non avevano potuto far altro che levare le tende alla chetichella.
Da quel punto si poteva osservare quasi tutta la stazione Santa Lucia. A quell'ora vi accedevano molte persone, probabilmente anche per motivi di lavoro. Una lieve pioggerella creava un'atmosfera insieme incantevole e malinconica. Le ferie erano finite, a Londra mi aspettava un impegnativo Consiglio di Amministrazione della H.I.M. per l'approvazione di un aumento di capitale.
Decisi di fare un salto in una piccola ma ben fornita libreria in stazione, per prendere un libro col quale affrontare il comodo viaggio verso casa. Quindi abbandonai momentaneamente Peter e Deborah, e mi inoltrai tra i libri.
Tra molti, la mia scelta cadde su un libro scritto da due autori pressoché sconosciuti, ma talentuosi , dato che il libro era tradotto e venduto anche in lingua inglese. Scorsi velocemente la trama, ed intuii che era il libro nel quale potevo senz'altro identificarmi.
Il tempo, come da sua prerogativa, passò inesorabile; ora mancavano venti minuti alle quattro. Ci alzammo tutti e tre un poco eccitati, e di buon passo, imboccato il sottopasso che portava al lato opposto, ci dirigemmo verso il binario 8.
Il treno che si approssimava alla stazione era un esempio di design italiano, ed esprimeva adeguatamente i contenuti tecnologici ed il comfort che vi erano racchiusi.
Il muso, dalla forma aerodinamica, era basso ed allungato fino al parabrezza della cabina di guida.
Quest'ultima, dai vetri laterali a forma di goccia, sembrava il cokpit di un aereo da caccia.
I fari erano carenati e protetti da un capolino trasparente e ricordavano quelli delle auto sportive italiane. Guardai gli altri, orgoglioso della mia scelta, come se fossi stato io il padrone del treno.
"Wow!" Fu l'espressione di Deborah vedendolo di lato.
Branko: "Accidenti, sembra una supposta gigantesca." Con buona pace dell'aerodinamica, del comfort, eccetera.
Poi si separò da noi per seguire personalmente le operazioni di imbarco della sua preziosissima Harley nel vano merci del treno. Diede anche uno scappellotto al giovane che maldestramente aveva urtato con un parafango una cassa, il quale si scusò quasi mettendosi a piangere.
Io e Deborah ci recammo presso uno steward, al quale mostrai i biglietti, e gentilmente ci accompagnò all'entrata del nostro compartimento in classe Silver.
Sentitamente lo ringraziai, elargendogli cento euro di mancia, che prese con la velocità della luce. Gli interni, arredati con gusto minimalista, avevano colori caldi, e due pareti a specchio accentuavano l'impressione di spaziosità.
Provai la morbidezza dei divanetti in pelle, probabilmente cuciti a mano. Ci raggiunse Branko, seguito dallo stesso steward che aveva accompagnato me e Deborah precedentemente. Indugiò speranzoso accanto a Branko in attesa di una lauta mancia, ma questi lo liquidò con uno sguardo che avrebbe incenerito una roccia.
Deborah accavallò le lunghe gambe mentre era seduta al mio fianco, facendo indugiare su di esse anche lo sguardo famelico di Branko.
Alle quattro in punto, dall'impianto di intercomunicazione interna del treno, una voce suadente annunciò: "Benvenuti a bordo dell'Eurostar ETR 650 ‘Freccia del Nord' di Trenitalia. Stiamo per iniziare il viaggio inaugurale della nuova Tratta Venezia-Londra. Si ricorda che è attivo il servizio ristorante sulla carrozza 10 dalle 18,30 alle 21,30. Sono presenti in ogni compartimento dei monitor tramite i quali sarà possibile collegarsi ad Internet e mandare E-mail. Si rammenta ai signori viaggiatori che è vietato sporgersi dai finestrini, anche perché sono sigillati e le carrozze sono pressurizzate. I fumatori sono pregati di astenersi fino alla prossima fermata."
Io e Deborah ci guardammo interrogativamente dopo questi assurdi avvertimenti. Poi, Senza nemmeno che ce ne accorgessimo, il treno partì. Nel giro di dieci minuti giunse alla velocità massima. Si intuiva non tanto dalle vibrazioni, totalmente assenti, ma dalle immagini del paesaggio esterno che scivolavano via dai finestrini velocissime, ingannando gli occhi e sembrando quasi dei quadri impressionisti.
Ogni tanto la voce suadente dell'intercom dichiarava cose come:
"Alla vostra destra potete godere della vista del Lago di Garda..." Ma nel momento in cui mi giravo per appunto godere del panorama il momento era già passato. Inconvenienti della tecnologia.
Rammentai a Deborah che doveva ancora ragguagliarmi sul piano per eludere i due fastidiosi tirapiedi di Helmer Kapp.
Era seduta di fronte a me, e per avvicinarsi a parlarmi disaccavallò le gambe, permettendomi per un fugace attimo la visione dei suoi minislip neri.
"Ehi, senti un po'! Se devo parlarti preferirei che tu mi guardassi in faccia, per piacere."
Arrosii vilmente e scusandomi le prestai la massima attenzione.
"Dunque - iniziò, assicurandosi che anche Branko seguisse il discorso - poiché quei due signori ci hanno sempre pedinato dappertutto e sanno tutto dei nostri spostamenti, è probabile che siano saliti su questo treno. In un luogo circoscritto come questo non è possibile nascondersi agevolmente, per cui io e Peter contiamo in breve tempo di individuare in che carrozza si trovano, dopodiché..."
"Dopodiché intervengo io!" ebbi un sussulto, quando intervenne Branko, battendosi un pugno sul petto:
"Mentre la cara Deborah attira uno di loro con un... bè, diciamo, diversivo, io prendo l'altro e lo accompagnerò in bagno, dove rimarrà fino alla prossima stazione."
A quel punto mi assalirono diversi interrogativi:
"Ma scusa, quale diversivo, non dirmi che..." Deborah a quel punto mi guardò con aria maliziosa e, strizzandomi un occhio, aprì per una frazione di secondo le gambe, bloccandomi il respiro.
"No! Non se ne parla neanche! Non puoi fare questo. Dove vorresti portare quel delinquente per fare il... il diversivo?"
"Nell'altro bagno. Basterà un piccolo colpo di karatè al momento giusto..."
"No, è troppo rischioso! E poi io cosa dovrei fare? Stare a guardare? E poi cosa significa alla prossima stazione?"
Branko, con la sua solita diplomazia, rispose:
"Tu meno cose fai e meglio è. Alla prossima stazione significa che mentre i due cani da guardia dormono noi scendiamo e ce la battiamo con un altro treno." E si ritirò a guardare il finestrino a braccia conserte.
In un attimo vidi andare in fumo le speranze di un viaggio rilassante in classe Silver e un rientro veloce a Londra nella vita di tutti i giorni.
Guardai di nuovo Deborah con uno sguardo che neppure un cagnolino prima di essere abbandonato in autostrada era capace di esprimere.
"Non preoccuparti, andrà tutto bene."
Mi chiuse la bocca con un bacio infuocato.
Alle diciannove circa, Deborah e Peter si diedero un cenno d'intesa e si alzarono per mettere in atto il loro piano. Un breve bacio, ed ella mi lasciò solo con la mia angoscia.
"Ti prego, stai attenta." Raccomandai. E guardai anche Branko. Questi stava per uscire nel corridoio, ma tornò indietro un passo per dirmi:
"Abbi fede, fichetto, siamo due ossi duri."
Passarono dieci lunghissimi minuti, durante i quali passeggiai avanti e indietro nella cabina, mi sedetti a mangiare le unghie e stetti in piedi a guardare l'invisibile paesaggio, visto che ormai era buio pesto all'esterno. Ora solo una lieve vibrazione e ogni tanto un leggero rollio facevano capire che il treno era in movimento.
Deborah e Peter dovevano riuscire a tramortire quei due prima dell'arrivo in stazione a Milano. Ma non potevano farlo troppo presto, altrimenti vi era il rischio che uno dei due si risvegliasse prima del tempo, dando l'allarme. Non erano possibili errori, o l'avremmo pagata cara.
Improvvisamente si aprì la porta scorrevole della cabina, ed irruppero Deborah e Branko. Erano trafelati.
"Accidenti, dobbiamo cambiare il piano!" esclamò Deborah. "Uno dei due si trova nella carrozza numero nove. Ma manca l'altro all'appello."
La carrozza numero nove era quella immediatamente prima della carrozza ristorante, dopo la quale veniva il vagone merci e il locomotore di coda. Noi ci trovavamo a metà della carrozza numero otto.
"E allora? Probabilmente ne è partito uno solo con noi. L'altro potrebbe già addirittura essere a Londra. Non è tutto più facile, così?"
Ma Branko era di parere diverso:
"Porca miseria, tu non conosci quei due. A Londra li chiamano Eat & Shit, sono inseparabili. In più, credi che ne basti uno solo per tenere a bada uno come me?"
Convenni che la faccenda era alquanto strana. Poi un fulmine mi colpì: forse sapevo dove si trovava l'altro.
E non era per niente un'ipotesi piacevole.
Chiesi:
"Avete frugato tutto il treno? Siete sicuri assolutamente che quel tipo sia solo?"
Deborah mi assicurò che gli unici compartimenti in cui non avevano controllato erano quelli in cui era vietato l'accesso: la locomotrice e il compartimento merci. Ecco che all'improvviso si illuminò anche il suo viso: aveva capito anche lei.
"Mia cara, credo che siamo giunti alla stessa sgradevole conclusione. L'altro si trova..."
"Stanno preparando un attentato alla mia moto!" Urlò Branko.