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Dati statistici impietosi: crollano anche i contratti a tempo determinato, mentre crescono le collaborazioni a partita Iva. La disoccupazione è dilagante. Le certificazioni delle aziende mostrano un calo degli occupati in quasi tutte le regioni italiani

 
I dati delle comunicazioni obbligatorie delle aziende alle amministrazioni locali sono ancora più impressionanti delle statistiche ufficiali. In ogni caso tutti gli indicatori vanno in un’unica direzione: la crisi sta producendo effetti devastanti sul mercato del lavoro. La curva che descrive le persone in cerca di occupazione ha una impennata verso l’alto, mentre la curva che descrive le persone già occupate è in picchiata. Il calo degli occupati – ci spiega Claudio Treves della Cgil nazionale – risulta evidente in quasi tutte le regioni italiane. Si continuano a perdere posti di lavoro in Piemonte, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, ma anche in Lombardia. La riduzione dell’occupazione non è purtroppo una novità. Sono mesi che si registra.
Ci sono però segnali più precisi
sulle tipologie dei contratti che risultano in flessione. Da anni si registra la drastica riduzione dei contratti a tempo indeterminato, una tipologia che viene ormai vissuta come una specie di ricordo del passato. Il famoso posto fisso è stato bersagliato sia dal punto di vista culturale (a vantaggio della ideologia della massima flessibilità del lavoro, del cambiamento continuo, ecc), ma soprattutto dal punto di vista pratico. Dopo le teorizzazioni – o meglio di pari passo con le teorizzazioni – le aziende hanno cominciato con il tempo a mettere definitivamente in soffitta i contratti a tempo indeterminato (salvo eccezioni).

Ma ora, dopo la fine del contratto a tempo indeterminato, è la volta della crisi dei contratti a tempo determinato e dei contratti di apprendistato. Si fanno al contrario spazio, nell’ambito di un mercato del lavoro stravolto, nuove fattispecie contrattuali, nuove e più precarie forme di lavoro. Analizzando i dati delle comunicazioni obbligatorie delle aziende rispetto alla dinamica delle assunzioni, si scopre infatti che risultano in crescita, nella debacle generale, solo tre voci: i contratti “intermittenti”, le collaborazioni “occasionali” e le “partite Iva”, ovvero quei rapporti di lavoro che vengono spacciati come lavoro autonomo e professionale, ma che in realtà nascondo forme contrattuali tradizionali camuffate da lavoro autonomo. In moltissimi casi questi lavoratori sommano il danno alla beffa, visto che della condizione del libero professionista ereditano solo gli oneri, senza incassare alcun onore.

Uno sguardo di insieme al mercato del lavoro
ci conferma l’enorme difficoltà di questo particolare momento congiunturale. Secondo le informazioni elaborate dall’Istat, il numero degli occupati a novembre del 2009 era pari a 22 milioni 876 mila unità, con una diminuzione dello 0,2% rispetto al solo mese precedente. Questo vuol dire che da ottobre a novembre dello scorso anno si sono persi almeno 44 mila posti di lavoro. Ma se il dato di novembre (l’ultimo disponibile) si mette in relazione non al mese precedente ma allo stesso mese dell’anno precedente (il 2008), allora la crisi occupazione assume una fisionomia ancora più netta.

Dal novembre 2008 al novembre 2009 sono stati infatti bruciati quasi 400 mila posti di lavoro. In termini statistici – ci spiega ancora l’Istat – la flessione è stata pari all’1,7%. Sempre dalle tabelle e dalle statistiche dell’Istat sappiamo che il tasso di occupazione (pari al 57,1%) risulta costantemente in diminuzione, mentre risulta in crescita sostenuta il numero delle persone in cerca di occupazione: 2 milioni e 79 mila unità. Molto preoccupati i dati che riguardano poi il tasso di disoccupazione, che neppure la versione propagandistica del ministro Sacconi riesce a camuffare.

Il tasso di disoccupazione ha raggiunto ormai quota 8,3% con un aumento di 1,3 punti rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Indicativo dell’andamento generale del mercato del lavoro italiano è anche il dato relativo al tasso di disoccupazione giovanile. Ci sono segnali contraddittori, ma egualmente inquietanti. Il tasso di disoccupazione giovanile risulta infatti in leggera diminuzione tra l’ottobre e il novembre del 2009, mentre risulta in forte crescita se si mettono a confronto i dati relativi al novembre 2009 con quelli relativi allo stesso mese dell’anno precedente. In un anno la disoccupazione giovanile è aumentata di ben 2,9 punti, mentre alla fine dell’anno che si è appena concluso l’occupazione giovanile ha fatto registrare una leggera ripresa, dovuta quasi interamente a quelle tre fattispecie contrattuali di cui abbiamo parlato (partite Iva, collaborazioni, lavoro intermittente).

Il numero degli inattivi continua a risultare comunque molto alto, visto che tra i 15 e i 64 anni il numero di persone che non ha nessun tipo di lavoro è pari ormai a 14 milioni e 863 mila unità, con un aumento di circa 11 mila unità in un anno. Anche il tasso di inattività risulta così in forte crescita negli ultimi anni. La scomposizione e la debolezza del mercato del lavoro italiano non sono state certo contrastate dalla legislazione del governo Berlusconi, che anzi sta cercando di portare alla esasperazione le linee di tendenza avviate.

Invece di porre un freno alla precarizzazione del lavoro, il ministro Maurizio Sacconi sta per impostare una nuova tappa della deregolamentazione. È stato lo stesso ministro del Lavoro a spiegare che si ripartirà subito dopo le elezioni regionali. Il governo di centrodestra - furbescamente - rimanda i problemi più spinosi al giorno dopo. Sacconi non ha intenzione di far perdere voti alla sua coalizione, ma nel suo Libro Bianco ha indicato chiaramente la strada. “Il governo punta sulla delega – dice ancora Claudio Treves della Cgil nazionale – nel 2010 si tenterà l’ennesima forzatura sui punti strutturali”.

L’idea è quella di portare alle estreme conseguenze la privatizzazione del sistema, eliminando il più possibile l’intervento statale. Si prospetta una situazione in cui al lavoro verrà dedicata solo la indennità di disoccupazione, mentre tutte le altre materie saranno trasferite agli enti bilaterali. Si trasferisce sul piano privato quello che è stato il terreno dell’intervento pubblico. La fine dell’universalismo delle prestazioni potrebbe dare spazio quindi a un’ulteriore frammentazione dove ci saranno pochi settori forti circondati da una miriade di settori deboli

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