La generazione di chi qui scrive “ha scoperto” tardi la grandezza di Borges. Troppo frettolosamente l’aveva liquidato come “di destra”. Ma come? uno scrittore latino americano che si staccava nettamente dal realismo magico dei popoli indigeni, anzi dei “pueblos”, che non parlava di fatiche, di sfruttamento, di ribellione? Uno scrittore latino americano che parlava di labirinti, rose, specchi, monete, pugnali, tango, gauchos, strade polverose di una vecchia Buenos Aires? Dovevano forse sopirsi molti dei nostri astratti furori perché capissimo, con qualche rimpianto, che la bellezza era meno semplice di quel che si poteva credere, che una giustizia senza bellezza sarebbe stata una giustizia monca…Che non di sola utopia si poteva, si doveva vivere…Che il profumo di una rosa non doveva solo far urlare nel nostro cuore tutte le ingiustizie del mondo ma poteva anche splendere nel verso di una poesia…
Dovevamo imparare ad ascoltare altre storie, a sognare altri sogni, accettare, grati, che a guidarci dentro un mondo di luce ed ombra fosse un vecchio cieco, rischiare di perderci in un labirinto, trovar il coraggio di guardare nello specchio e oltre lo specchio… Dovevamo, dovevamo, dovevamo…Dovevamo? Dobbiamo, se vogliamo sperare di riuscire, un giorno chissà quanto lontano, a vedere gli “infiniti processi che formavano una sola felicità”.
La Red/Azione
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
LA SCRITTURA DI DIO
Il carcere è profondo e di pietra; la sua forma, quella di un emisfero quasi perfetto, perché il pavimento (anch’esso di pietra) è un po’ minore di un cerchio massimo, il che aggrava in qualche modo i sentimenti di oppressione e di vastità. Un muro lo taglia a metà; esso, benché sia altissimo, non tocca la volta. Da un lato sto io, Tzinacàn, mago della piramide di Qaholom, che Pedro de Alvarado incendiò; dall’altro è un giaguaro, che misura con segreti passi il tempo e lo spazio della prigione. Al livello del suolo, una lunga finestra munita di spranghe taglia il muro centrale. Nell’ora senz’ombra, si apre dall’alto una botola e un carceriere logorato dagli anni manovra una puleggia di ferro e ci cala, mediante una corda, brocche d’acqua e pezzi di carne. La luce entra dalla volta; in quell’istante posso vedere il giaguaro.
Ho perduto il conto degli anni che giaccio nelle tenebre; io, che una volta ero giovane e potevo camminare per questa prigione, non faccio altro che aspettare, nella posizione della mia morte, la fine che mi destinano gli dei. Con il profondo coltello di pietra ho aperto il petto delle vittime, e ora non potrei, se non per magia, alzarmi dalla polvere.
Il giorno prima dell’incendio della Piramide, gli uomini che erano scesi da alti cavalli mi torturarono con ferri ardenti perché rivelassi il luogo dov’era nascosto il tesoro. Abbatterono, davanti ai miei occhi, l’immagine del dio, ma questi non mi abbandonò e io rimasi silenzioso tra i tormenti. Mi lacerarono, mi spezzarono, mi deformarono, e infine rinvenni in questo carcere che non lascerò più nella mia vita mortale.
Spinto dalla necessità di far qualcosa, di popolare in qualche modo il tempo, volli ricordare, nella mia ombra, tutto quel che sapevo. Notti intere consumai a ricordare il numero e l’ordine di certi serpenti di pietra o la forma di un albero medicinale. Così andai debellando gli anni, così rientrai in possesso di quanto era già mio. Una notte sentii che mi avvicinavo a un ricordo prezioso; prima di vedere il mare, il viaggiatore avverte un’agitazione nel sangue. Ore più tardi, cominciai ad avvistare il ricordo; era una delle tradizioni del dio. Questi, prevedendo che alla fine dei tempi sarebbero occorse molte sventure e rovine, scrisse nel primo giorno della Creazione una sentenza magica, atta a scongiurare quei mali. La scrisse in modo che giungesse alle più remote generazioni e che non la toccasse il caso. Nessuno sa in quale punto l’abbia scritta né con quali caratteri, ma ci consta che perdura segreta, e che la leggerà un eletto. Considerai che eravamo, come sempre, alla fine dei tempi e che il mio destino di ultimo sacerdote del dio mi riserbava il privilegio di decifrare quella scrittura. Il fatto che un carcere mi circondasse non mi vietava tale speranza; forse io avevo visto migliaia di volte l’iscrizione di Qaholom e non dovevo che capirla.
Questa riflessione mi animò e poi mi dette una specie di vertigine. Nell’ambito della terra esistono forme antiche, forme incorruttibili ed eterne; una qualunque di esse poteva essere il simbolo che cercavo. Una montagna poteva essere la parola del dio, o un fiume o l’impero o la configurazione degli astri. Ma nel corso degli anni le montagne si livellano e il percorso di un fiume suole mutare, gli imperi conoscono cambiamenti e la figura degli astri varia. Nel firmamento avvengono mutamenti, la montagna e la stella sono individui e gli individui sono caduchi. Cercai qualcosa di più tenace, di più invulnerabile. Pensai alle generazioni dei cereali, dei pascoli, degli uccelli, degli uomini. Forse nel mio volto era scritta la magia, forse io stesso ero il fine della mia ricerca. Ero in questo travaglio quando ricordai che il giaguaro era uno degli attributi del dio.
Allora la mia anima si riempì di pietà. Immaginai la prima mattina del tempo; immaginai il mio dio mentre affidava il messaggio alla pelle viva dei giaguari, che si sarebbero amati e generati senza fine, in caverne, in canneti, in isole, affinché gli uomini lo ricevessero. Immaginai la rete delle tigri, il caldo labirinto delle tigli, spargere l’orrore per i prati e tra le greggi perché fosse conservato un disegno. Nell’altra cella era un giaguaro; nella sua vicinanza ravvisai una conferma della mia supposizione e un segreto favore.
Dedicai lunghi anni a imparare l’ordine e la configurazione delle macchie. Ogni cieca giornata mi concedeva un istante di luce, e così potei fissare nella mia mente le nere forme che macchiavano il pelame giallo. Alcune racchiudevano punti; altre formavano linee trasversali nella parte interna delle zampe; altre, a disegno anulare, si ripetevano. Forse erano uno stesso suono o una stessa parola. Molte avevano orli rossi.
Non dirò la stanchezza della mia fatica. Spesso gridai alla volta che era impossibile decifrare quel testo. Gradatamente l’enigma concreto che mi occupava m’inquietò meno che l’enigma generale di una sentenza scritta da un dio. Quale tipo di sentenza – mi chiesi – costruirà una mente assoluta? Considerai che anche nei linguaggi umani non c’è proposizione che non implichi l’universo intero; dire la tigre è dire le tigri che la generarono, i cervi e le testuggini che divorò, il pascolo di cui si alimentarono i cervi, la terra che fu madre del pascolo, il cielo che dette luce alla terra. Considerai che nel linguaggio di un dio ogni parola deve enunciare questa infinita concatenazione dei fatti, e non in modo implicito ma esplicito, non progressivo ma immediato. Con il tempo, l’idea di una sentenza divina mi parve puerile o empia. Un dio – riflettei – deve dire solo una parola, e in quella parola la pienezza. Nessuna voce articolata da lui può essere inferiore all’universo o minore della somma del tempo. Ombre o simulacri di quella voce che equivale a un linguaggio, sono le ambiziose e povere voci umane tutto, mondo, universo.
Un giorno o una notte – tra i miei giorni e mie notti che differenza c’è? – sognai che sul pavimento del carcere c’era un granello di sabbia. Mi riaddormentai, indifferente; sognai che mi destavo e che i granelli di sabbia erano due. Mi riaddormentai; sognai che i granelli di sabbia erano tre. Si andarono così moltiplicando fino a colmare il carcere e io morivo sotto quell’emisfero di sabbia. Compresi che stavo sognando; con grande sforzo mi destai. Fu inutile; l’innumerevole sabbia mi soffocava. Qualcuno mi disse: Non ti sei destato alla veglia ma a un sogno precedente. Questo sogno è dentro un altro, e così all’infinito, che è il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere all’indietro è interminabile e morrai prima di esserti veramente destato.
Mi sentii perduto. La sabbia mi rompeva la bocca, ma gridai: Una sabbia sognata non può uccidermi, né ci sono sogni che stiano dentro sogni. Uno splendore mi destò, nella tenebra sopra di me si librava un cerchio di luce. Vidi il volto e le mani del carceriere, la ruota di ferro, la corda, la carne e le brocche. Un uomo si confonde gradatamente, con la forma del suo destino; un uomo è, alla lunga, ciò che lo determina. Più che un decifratore o un vendicatore, più che un sacerdote del dio, io ero un prigioniero. Dall’inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra.
Allora avvenne quel che non posso dimenticare né comunicare. Avvenne l’unione con la divinità, con l’universo (non so se queste parole differiscono). L’estasi non ripete i suoi simboli; c’è che ha visto Dio in una luce, c’è chi lo ha scorto in una spada o nei cerchi di una rosa. Io vidi una Ruota altissima, che non stava avanti ai miei occhi né dietro né ai lati, ma in ogni parte a un tempo. Quella Ruota era fatta di acqua, ma anche di fuoco, e (benché si vedesse il bordo) era infinita. Intrecciate tra di loro la formavano tutte le cose che saranno, che sono e che furono, ed io ero uno dei fili di quella trama totale, e Pedro de Alvarado, che mi fece tormentare, era un altro. Lì erano le cause e gli effetti e mi bastava vedere quella Ruota per comprendere tutto, senza fine. Vidi l’universo e vidi gl’intimi disegni dell’universo. Vidi le origini che narra il Libro delle Tribù. Vidi le montagne che sorsero dall’acqua, vidi i primi uomini di legno, vidi i vasi che si ribellarono agli uomini, vidi i cani che lacerarono loro la faccia,. Vidi il dio senza volto che sta dietro gli dei. Vidi infiniti processi che formavano una sola felicità e, comprendendo ormai tutto, potei anche capire la scrittura della tigre.
E’ una formula di quattordici parole casuali (che sembrano casuali) e mi basterebbe pronunciarla ad alta voce per essere onnipotente. Mi basterebbe dirla per abolire questo carcere di pietra, perché il giorno invadesse la mia notte, per essere giovane e immortale, perché il giaguaro lacerasse Alvarado, per affondare il santo coltello in petti spagnoli, per ricostruire la piramide e l’impero. Quaranta sillabe; quattordici parole, e io. Tzinacàn, governerei le terre governate da Moctezuma. Ma so che mai dirò quelle parole, perché non mi ricordo più di Tzinacàn.
Muoia con me il mistero che è scritto nelle tigri. Chi ha scorto l’universo, non può pensare a un uomo, alle sue meschine gioie o sventure, anche se quell’uomo è lui. Quell’uomo è stato lui e ora non gl’importa più. Non importa la sorte di quell’altro, non gli importa la sua azione, perché egli ora è nessuno. Per questo non pronuncio la formula, per questo lascio che i giorni mi dimentichino, sdraiato nelle tenebre.
LA NOTTE CICLICA
Lo sapevano gli ardui alunni di Pitagora:
come le stelle tornano ciclicamente gli uomini;
ripeteranno gli atomi fatali l'incalzante
Afrodite dorata, i tebani, le agore.
In epoche future opprimerà il centauro
col piede solidungo il petto del lapita;
fatta polvere Roma, gemerà il minotauro
nell'infinita notte del suo palazzo fetido.
Ritornerà ogni notte d'insonnia, minuziosa.
Dal medesimo ventre rinascerà la mano
che adesso scrive. Eserciti di ferro costruiranno
l'abisso (David Hume disse la stessa cosa).
Non so se torneremo in un secondo ciclo
come le cifre d'una frazione periodica;
ma so che un misterioso rotare pitagorico
ogni notte mi lascia in un luogo del mondo
che è di periferia. Un angolo remoto
che può trovarsi a nord, oppure a sud o a ovest,
ma ha sempre un muricciolo di un pallido celeste,
un folto fico scuro e un marciapiede rotto.
C'é tanta solitudine in quell'oro.
La luna delle notti
non é la luna che
il primo Abramo vide.
I lunghi secoli dell'umano vegliare
l'han colmata d'antico pianto.
Guardala.
È il tuo specchio.
GLI SCACCHI
I
I giocatori, nel grave cantone,
guidano i lenti pezzi. La scacchiera
fino al mattino li incatena all'arduo
riquadro dove s'odian due colori.
Raggiano in esso magici rigori
le forme: torre omerica, leggero
cavallo, armata regina, re estremo,
alfiere obliquo, aggressive pedine.
I giocatori si separeranno,
li ridurrà in polvere il tempo, e il rito
antico troverà nuovi fedeli.
Accesa nell'oriente, questa guerra
ha oggi il mondo per anfiteatro.
Come l'altro, è infinito questo giuoco.
II
Lieve re, sbieco alfiere, irriducibile
donna, pedina astuta, torre eretta,
sparsi sul nero e il bianco del cammino
cercano e danno la battaglia armata.
Non sanno che è la mano destinata
del giocatore a condurre la sorte,
non sanno che un rigore adamantino
governa il loro arbitrio di prigioni.
Ma anche il giocatore è prigioniero
(Omar afferma) di un'altra scacchiera
di nere notti e di bianche giornate.
Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
di tempo e polvere, sogno e agonia?
IL SOGNO
Se il sonno fosse (c'è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t'han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L'ora
ci deruba d'un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell'ombra,
d'un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell'oscuro
sonno, dall'altra parte del tuo muro?
LABIRINTO
Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine. E’ di ferro il tuo destino,
così il giudice. Non attender l’urto
del toro umano la cui strana forma
plurima colma d’orrore il groviglio
dell’infinita pietra che si intreccia.
Non esiste. Non aspettarti nulla.
Neanche nel nero annottare la fiera.
LE COSE
Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento di una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.
FRAMMENTI DI UN VANGELO APOCRIFO
6. Non basta essere l’ultimo per essere un giorno il primo
20. Se la tua mano destra ti offenderà, perdonale; tu sei il tuo corpo e la tua anima ed è arduo, o impossibile, stabilire la frontiera che li divide…
31. Pensa che gli altri sono giusti o lo saranno, e se non è così non è tuo l’errore.
33. Da’ quel che è santo ai cani, getta la tue perle ai porci; quel che importa è dare.
39. E’ la porta a scegliere, non l’uomo.
40. Non giudicare l’albero dai frutti né l’uomo dalle opere; essi possono essere migliori o peggiori di quelli.
41. Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra…
51. Felici i felici.
ELOGIO DELL’OMBRA
La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
E’ morto l’animale o quasi è morto.
Restano l’uomo e l’anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Once
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne sono quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i foglie dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
E invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.
UNA ROSA E MILTON
Delle generazioni delle rose
nel profondo dei secoli perdute
voglio che una si salvi dall’oblio,
una senza alcun marchio o contrassegno
tra le cose che furono. Il destino
mi offre di nominare per la prima
volta quel fiore silenzioso, l’ultima
rosa che Milton accostò al suo viso,
senza vederla. O tu vermiglia o gialla
o bianca rosa di un giardino estinto,
lascia magicamente il tuo passato
immemoriale e nel mio verso splendi,
avorio, sangue, oro, tenebrosa
come per lui, invisibile rosa.
…
Alla mia età si dovrebbe essere consapevoli dei propri limiti, e questa consapevolezza dovrebbe portare alla felicità. Quando ero giovane pensavo che la letteratura fosse un gioco con molte abili e sorprendenti variazioni; ora che ho trovato la mia voce mi pare che, per quanto cambi, tagli e rattoppi, i miei manoscritti non migliorino né peggiorino. Questo, naturalmente è un peccato contro le principali tendenze della letteratura di questo secolo – la vanità dello scrivere ad ogni costo – che portò un uomo come Joyce a pubblicare dei costosi frammenti pomposamente intitolati Work in Progress. Suppongo di avere già scritto le mie cose migliori. Questo mi dà una certa tranquilla soddisfazione e una certa pace. Eppure non sento di essermi esaurito. In un certo modo, la giovinezza mi sembra più vicina adesso di quando ero un uomo giovane. Non credo che la felicità sia inottenibile; una volta, molto tempo fa, lo credevo. Ora so che può capitare da un momento all’altro ma che non serve cercarla. Quanto all’insuccesso o alla fama sono cose del tutto irrilevanti e non me ne sono mai preoccupato. Quello che adesso cerco è la pace, la gioia di pensare e la gioia dell’amicizia e, anche se può sembrare troppo ambizioso, la sensazione di amare e di essere amato.
(Abbozzo di autobiografia)
TUTTA LA MIA ESISTENZA
Di nuovo qui, le labbra evocatrici, unico e a voi somigliante.
Sono quella balorda intensità ch’è un’anima.
A lungo mi mantenni in prossimità della gioia o nell’immunità dalla pena.
Ho attraversato il mare.
Conobbi molte plaghe; ho notato una donna e due o tre uomini.
Dilessi una bimbetta altera e bianca e per giunta di placidezza ispanica.
Vidi un sobborgo interinato dove si inciela perenne un’inesausta fuga di tramonti.
Assaporai molteplici parole.
Nel profondo di me credo che questo sia tutto e che non vedrò né porterò ad effetto cose nuove.
Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in penuria e in ricchezza quelle di Domineddio e degli umani tutti.
49. Felici quelli che serbano nella memoria parole di Virgilio o di Cristo, perché daranno luce ai loro giorni
(Frammenti da un vangelo apocrifo)